L’alta moda è morta? Versace dice no. Dialogo a distanza con Marc Jacobs
21 gennaio 2012 | Fashion
Se la moda di Versace fosse una canzone andrebbe ascoltata sempre a tutto volume. E visto che senza lusso e senza rock Versace non sarebbe Versace, il ritorno sulle passerelle parigine con la collezione di alta moda, dopo otto anni di assenza sarà di genere metal: fili d’alluminio «mixati» con i tradizionali tessuti preziosi della haute couture. «Era il momento giusto di tornare, le cose le devi sentire dentro — spiega Donatella al Corriere —. Attraverso la linea Atelier Versace la couture è nel nostro dna ma in questi otto anni lo presentavamo solo alle clienti, adesso è giusto andare in passerella». Anche se una passerella globale lunga 365 giorni è ormai quella dei tappeti rossi diffusa specialmente da Internet: Angelina Jolie è stata appena fotografata ai Golden Globe in Atelier Versace riscuotendo recensioni molto lusinghiere: «È vero — sorride la stilista — Il red carpet dà pubblicità senza fine, è come avere un budget illimitato. Indossare alta moda non è per tutti, ma le attrici giuste col giusto portamento sono le modelle ideali. Versace richiede donne con molta personalità. Non facciamo abiti che camminano da soli, ma abiti forti per donne forti. Angelina è così: grintosa ma dolce, dà input e sa ascoltare». Sfilare a Parigi aprendo le sfilate di alta moda, dopodomani mattina, con quest’aria di rating traballanti per il nostro Paese ha un significato doppio: «Nei momenti difficili bisogna credere in quel che si fa e l’Italia la moda la fa benissimo. Le scelte “safe”, sicure, non fanno per la moda, la moda non è “safe”». Marc Jacobs ha detto che ci sono diverse ragioni che l’hanno convinto a non traslocare da Dior per sostituire John Galliano: uno di questi è che la couture, secondo l’americano, «è un’idea ormai arcaica».
Couture, per Donatella Versace però, è anche laboratorio di idee: «Sperimentare idee che serviranno poi, più in piccolo, nel pret-a-porter. Couture vuol dire partire da un budget più grande: come progettare una Formula Uno e poi trasferire quelle innovazioni su una macchina sportiva». E l’orgoglio sono le sarte dell’Atelier: «Mi commuovono. Il loro lavoro è poesia: ognuna ha la sua mano, il suo taglio. La precisione con la quale tagliano tessuti preziosissimi è per me fonte di ammirazione e stupore. Sono talenti unici, tutte. La couture è l’anima della moda, è l’anima di Versace». Anche se è la maison del lusso da rockstar? «Guardi, c’è couture anche nella nostra collezione per H&M. Un successo che ha sorpreso anche me, che bello vedere la gioia dei ragazzi nei negozi. Il lavoro per H&M mi ha aperto le mente anche per la couture» Come? «Perché l’ispirazione viaggia in tutte e le due direzioni: gli opposti si attraggono. H&M ci insegna che una cosa non deve costare un botto per essere bella. Il bello può essere anche quello che è disegnato bene ma poi fatto in Cina. Certo non è sartoriale, ma almeno poi finisce indossato da tutti». «Sfilare a Parigi è sempre bello, anche per essere presenti come Italia creativa: vedremo che aria tira in questa fase ma una delle cose che amo dei francesi è la loro intelligenza pragmatica». E la grandeur? Il vecchio Italia-Francia dal vino alla moda passando per il calcio? «Abbiamo il bravissimo Stefano Pilati a capo di YSL e il mio carissimo Riccardo Tisci a Givenchy: eppure noi italiani stiamo a flagellarci. I francesi non battono ciglio e cooptano gli stranieri bravi, vedi anche Jacobs. Se fosse il contrario? Due giovani francesi a capo di due storiche maison italiane? Sai che cori disperati! Dei francesi amo la visione industriale». Ma sono il Paese dei mega-gruppi che spesso acquistano grandi nomi italiani: «I gruppi grandi sono il futuro: grande è bello, lo dico senza problemi. E poi la Francia sa valorizzare i giovani. Io ho adottato Christopher Kane che disegna Versus, ogni stilista affermato dovrebbe adottare un giovane. Chi ce l’ha fatta deve avere la generosità di dividere la ribalta». È un appello? «Sì, ai colleghi dico: ognuno adotti un giovane stilista, gioverà a tutti. Io per vedere dove sta andando la moda non guardo le sfilate, guardo il saggio di fine anno dell’accademia St Martins di Londra». Si dice che così si potrebbero «bruciare» talenti: «Alexander McQueen non aveva funzionato da Givenchy per scarsa compatibilità? Avanti con un altro talento, Tisci, stilista e ragazzo meraviglioso, una persona vera, rara da trovare in questo mondo. A Riccardo sono legata: il suo idolo è sempre stato Gianni».
Donatella Versace è famosa negli Stati Uniti e frequente ospite (unica italiana) al ballo dei corrispondenti alla Casa Bianca (veste spesso Michelle Obama) ma Parigi ha un posto speciale nel suo cuore: «Parigi è bellissima e decadente. Mangio da Le Voltaire e da Thiou, faccio lunghe camminate. Faccio la turista, vado nei caffè. Al Café de Flore, Les Deux Magots. E gli stereotipi sono veri: le donne parigine ce l’hanno eccome uno speciale charme innato». A Parigi, Milano o New York, ma sempre con un occhio a Internet: «Adoro Internet, ha diffuso una conoscenza della moda più profonda: si vede tutto in tempo reale. I video, i backstage: tutto». (Corriere)




